L’ANNO DEL PENSIERO MAGICO di Joan Didion

Il cambiamento si insinua, senza far rumore, nel claustrofobico spazio tra il prima ed il dopo. Tra i due, tuttavia, è solo il secondo a catturare la nostra attenzione. Joan Didion ne è la prova.

La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita. Il problema dell’autocommiserazione.

Una sera, al ritorno dalla visita in ospedale alla figlia Quintana, Joan è pronta a sedersi a tavola con il marito John, consumare una cena riscaldata e poi, chissà, magari scrivere. Magari leggere. Magari parlare del fatto che la loro figlia sia stesa in un letto d’ospedale. Non dovrebbe essere il contrario?

Tuttavia, John ha finito il tempo. Scade poco prima della cena, nel bel mezzo del salotto. Arresto cardiaco. Era significante il prima? Come hanno sempre tenuto a ripeterci, ogni istante della vita dovrebbe essere importante. Eppure nel dolore, conta solo il dopo. Il prima è un’aggravante.

Dove prima c’è stato amore, dopo rimane solo solitudine. Quando le telefonate finiscono, quando i parenti cessano il loro pellegrinaggio alla casa del defunto, quando il funerale è concluso e tutto, proprio tutto, ormai è sepolto, allora inizia l’elaborazione. L’autocommiserazione. Un tempo fermo in cui ciò che accade all’esterno sembra non toccarci. Un permesso d’esenzione dalle responsabilità. Un’immersione negli abissi dei ricordi con delle bombole dall’ossigeno scarso.

Avevo l’abitudine di raccontare a John i miei sogni, non per capirli ma per liberarmene, per schiarirmi le idee prima di iniziare la giornata. “Non raccontarmi il tuo sogno” diceva lui quando mi svegliavo la mattina, ma alla fine ascoltava. Quando morì, smisi di sognare.

Il giorno del matrimonio della figlia Quintana, John le aveva sussurrato all’orecchio ‘più di un giorno in più’. Un giorno in più è un dono, ma l’amore che un padre nutre per la figlia sarebbe in grado di corrompere qualunque regola dell’universo. Anche quella già corrotta. Più di un giorno in più. Lo stesso ha sussurrato la figlia sopra la bara del padre il giorno del suo funerale.

L’anno del pensiero magico di Joan Didion non è altro che il tempo dedicato all’elaborazione del lutto per la perdita del marito. Il volume, perfetto esempio del genere non – fiction è un inno al dolore, all’accettazione e al rispetto che vi deve essere dedicato. Per un anno l’autrice scrive riflessioni a computer, spaziando tra i temi più disparati: dal dolore all’amore, dalla fisica quantistica alla letteratura. Ogni pensiero viene applicato sulle sue ferite come un cerotto che, se non ha il potere di guarirle, ha almeno quello di proteggerle dalle infezioni.

Scrivo per scoprire cosa penso, cosa sto osservando, cosa vedo e cosa vuol dire tutto questo. Per scoprire cosa voglio e cosa temo.

Per l’autrice, scrivere significa comprendere. È così che ci viene donata la prova dell’intimo dialogo con sé stessa. Le risposte alle sue domande arrivano nelle nostre mani. Tuttavia, il volume non vuole certo essere un saggio su come superare un lutto: tutt’altro. Questo è il dolore di Joan. È il suo anno del pensiero magico, non il nostro. Il testo non può essere capito: esso va sentito. Se qualcuno chiedesse di descrivere la trama di questo libro, non la si potrebbe raccontare. Eppure, se solo la risposta potesse essere fatta sentire, allora non ci sarebbe spazio per alcun fraintendimento.
L’elegante sensibilità di Joan Didion è disarmante. La sua penna, anche quando il dolore ne colora l’inchiostro, non è mai violenta. Anche la più cruda realtà assume una commovente bellezza.

L’ANNO DEL PENSIERO MAGICO
Joan Didion
Trad. Vincenzo Mantovani
Il Saggiatore
pp. 236
euro 19

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